Il più celebre meccanismo di difesa psicologico: la rimozione

La rimozione è forse il meccanismo di difesa più conosciuto ai non addetti ai lavori. Il significato comune di questo fenomeno ha a che fare con una persona che “dimentica”. “Ho rimosso” è ormai una frase del gergo di molte persone, così come diversi film di vasto successo (ad esempio la serie di Jason Bourne, o il personaggio di Wolverine nella serie Marvel X-Men, e molti altri) si sono occupati di temi vicini alla rimozione.

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Cosa si dimentica?
Nella rimozione si dimenticano contenuti mentali intollerabili, troppo distanti dal modo che abbiamo di vedere la realtà. Per evitare di cadere in un conflitto troppo doloroso la mente cancella il contenuto.
La rimozione, nel
significato psicoanalitico originario, prevede che a un sentimento che proviamo non corrisponda la consapevolezza circa le cause. Allora possiamo sentirci tristi, adirati, o mostrare sintomi anche più severi, ma non riusciamo a rintracciare l’evento, la persona o lo stato d’animo che hanno generato quel sentimento. È come se la mente operasse una censura nei confronti di pericoli in grado di destabilizzare l’intera psiche. Il tentativo è quello di evitare qualcosa di troppo forte da tollerare.

Con il passare degli anni, degli studi e delle teorie (la rimozione è forse
il meccanismo di difesa più studiato della storia della psicologia) la rimozione è giunta ad essere considerata una parte del normale funzionamento mentale, che solo in alcune circostanze può avere effetti invalidanti su di una persona.

Come funziona la rimozione?
Ciò che sappiamo, a livello cerebrale, è che sono coinvolte varie aree nella espressione della rimozione, come le aree della corteccia frontale, oltre al sistema limbico, in particolare l’ippocampo. La mente (la corteccia cerebrale, in questo caso) non riesce ad integrare informazioni conflittuali, che vengono rimosse, cancellate, generando “in cambio”, in alcuni casi, sintomi psicologici quali il dubbio patologico, l’ansia, l’angoscia ed altri.

Secondo i ricercatori la rimozione inizia con una azione volontaria della persona che tende progressivamente a ricordare sempre meno determinate circostanze spiacevoli, “estinguendone” infine il ricordo.
Il processo vero e proprio avviene al livello inconscio. Le informazioni però, non scompaiono del tutto, continuando a influenzare la vita.

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Se i sintomi finiscono per avere un impatto tale da pregiudicare li benessere personale, è opportuno pensare a chiedere aiuto, all’intraprendere un percorso di psicoterapia.

Compito dello psicoterapeuta è quello di lavorare insieme al paziente nella direzione di una possibile elaborazione, una “
digestione” di quei contenuti mentali che fino ad allora non era stato possibile integrare nella vita cosciente. Prima ancora di questo è necessario che il paziente divenga interessato ai propri contenuti mentali, e che sia quindi invogliato a “saperne di più”. Questa “curiosità” è ciò che permette l’instaurarsi dell’alleanza terapeutica: il paziente può ora fidarsi dello psicoterapeuta.

Se psicoterapeuta e paziente riescono ad instaurare una buona relazione di lavoro, è a partire dai sintomi che è possibile evidenziare i processi che li hanno generati. Allora il paziente potrà essere in grado vedere l’altro lato del paradosso nel quale è “intrappolato”, provare lo smarrimento che ne deriva (come avviene ad esempio in quelle situazioni nelle quali tutte le nostre certezze relative ad una credenza o un comportamento crollano, lasciandoci nel panico), e infine giungere alla consapevolezza di poterlo tollerare. In breve, riuscire ad accettarsi per la persona che è.

Le recenti
teorie psicoanalitiche relazionali hanno attribuito una importanza sempre minore alla rimozione. Da quando è stata osservata per la prima volta (nei primi momenti rimozione era sinonimo di difesa, qualsiasi difesa era una rimozione) sono state evidenziate molte altre dinamiche nel funzionamento umano. Questo ha permesso ai clinici di ampliare il loro raggio di intervento.

La
relazione paziente-psicoterapeuta può consentire di ampliare il campo di realtà del primo, non solo per liberarsi dagli effetti della rimozione, ma anche da quelli del conflitto, e per giungere alla consapevolezza del conflitto stesso, avendo quindi la possibilità di trasformare il contenuto inconscio in un conflitto intrapsichico analizzabile.

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Uno sguardo agli altri meccanismi di difesa
Le varie difese che la nostra mente attua per preservarsi da contenuti intollerabili sono a prima vista sovrapponibili. Non è questo l’intento della pagina ma cerchiamo di differenziarla da altri meccanismi che possono sembrare sovrapponibili: la negazione, nella quale ciò che è dimenticato è anche l’affetto, presente invece nella rimozione. La repressione, nella quale la persona cerca coscientemente di allontanare volontariamente contenuti mentali indesiderati. La dissociazione (click per aprire articolo sulla dissociazione) nella quale l’esperienza consapevole è alterata, mentre nella rimozione è solo l’idea ad esserlo.






Daniele Lami

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